La fame e il dolce – Quando il desiderio parla prima dell’amore


La fame e il dolce – Quando il desiderio parla prima dell’amore Un racconto breve e crudo sul desiderio che divora, sulla voglia di conoscere l’altro nella sua verità più istintiva. Quando la dolcezza può aspettare. Di Jim Liam Scott.

La fame e il dolce | Racconto breve di Jim Liam Scott

Ho chiuso la porta con un piede, ma non c’era niente di elegante in quel gesto. Era istinto, fame.
Le mani, la bocca, il respiro: tutto in me correva verso di lei.
Non un saluto. Non un sorriso.
Solo la necessità brutale di sentirla sotto la pelle, come una febbre.

Le ho sciolto i capelli e glieli ho tirati indietro, perché volevo vederla tutta, aprirla al mio sguardo come si fa con le lenzuola di un letto che non ci si può permettere di rifare.
Il collo, quel tratto di pelle teso tra la mascella e la spalla… ci ho affondato le labbra.
Non per baciarlo.
Per reclamarlo.

Lei ha risposto come sapevo avrebbe fatto: senza parole, ma con un movimento del bacino, con un respiro spezzato, con la testa reclinata da un lato.
Mi ha dato l’accesso.
La chiave.
Il permesso di essere feroce.

In quel momento non volevo sapere il suo colore preferito, né se aveva paura del buio.
Non mi interessava se ascoltava Bach o Battisti.
Volevo solo che sapesse cosa succede quando si risveglia la bestia in un uomo.
Volevo che vedesse l’animale — e non ne avesse paura.
Perché io cercavo la sua controparte, quella che teneva nascosta sotto strati di educazione, sorrisi accennati e caviglie accavallate per bene.

Io volevo lei.
Ma non quella che mostrava a tutti.
Volevo l’altra.
Quella che si mordeva le labbra per trattenere il desiderio.
Quella che si è sentita dire troppo spesso che era “troppo”, e allora ha imparato a togliersi.

Lì, contro il muro, non c’era niente di romantico.
Né profumo di fiori, né lenzuola stirate, né playlist studiate.
Solo il rumore degli oggetti che cadevano, i vestiti strappati come foglie al vento e il suono grezzo del fiato che manca.

Le carezze?
Quelle le conservavo.
Erano preziose, le avevo contate come si fa con i biscotti rimasti in fondo alla scatola.
Arrivavano dopo.
Quando i corpi sazi si arrendono alla dolcezza.
Quando l’urgenza si è placata e si può finalmente parlare con le mani, con i polpastrelli, con l’odore della pelle dopo il temporale.

Perché sì, io ero già pazzo di lei.
Pazzo nel senso più disarmante del termine.
Non l’amavo ancora, no — ma avevo iniziato a desiderare di farlo.
E sapevo che per amarla davvero, avrei dovuto prima vederla tutta.
Persino la parte che graffia.

E lei…
Lei aveva già capito.
Per questo non ha detto una parola.
Per questo ha lasciato che fosse il silenzio a raccontare il nostro inizio.

Prima parte – continua… (torna a trovarmi per la seconda parte)

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